I migliori film di Lino Banfi

  11 Ott 2018

Lino Banfi, oggi e sempre sia lodato per tutte le risate che ci ha dato. E così, lo omaggiamo con una carrellata dei film più famosi. Ovviamente non c’è un ordine preciso, ognuno ha i suoi preferiti, noi citiamo questi dieci senza nulla togliere a tutti gli altri.

L’allenatore nel pallone

Allenatore nel pallone

Oronzo Canà, allenatore disoccupato, viene ingaggiato dalla squadra di calcio Longobarda, neopromossa in serie A, il cui presidente – un piccolo industriale del nord – è tradito dalla moglie con il giovane e prestante centravanti della squadra, Speroni. La campagna acquisti, maldestramente condotta dal presidente, è un disastro: pertanto Canà va in Brasile con il sedicente mediatore Andrea il quale, con l’aiuto dell’amico Gigi, tenta di truffarlo. La truffa va male, e solo per un caso Canà torna, dopo alcune disavventure, in Italia con una giovane promessa del calcio: Aristoteles. Grazie a questi la squadra è tra le prime in classifica: improvvisamente e volontariamente Speroni riesce ad allontanare dalla squadra Aristoteles colpendolo violentemente ad una caviglia. Mentre Aristoteles tarda a guarire, la Longobarda torna nei bassifondi della classifica. Nell’ultima giornata di campionato il presidente svela a Canà che, ritenendolo un incapace, lo ha assunto convinto che con lui la squadra sarebbe di sicuro tornata in serie B, cosa che lui si auspica perché troppo gli costa mantenere una squadra di prima divisione. Per questo motivo Canà, pena il licenziamento, dovrà perdere l’ultima partita, mantenendo in panchina Aristoteles ormai guarito. Canà accetta, in un primo momento, ma poi pentito e dietro le insistenze della figlia manda in campo Aristoteles il quale fa vincere la squadra. La Longobarda rimane in serie A ma Oronzo Canà viene licenziato. Per chi ha 30 e passa anni,questo film rappresenta quello che il calcio non è più oggi,ovvero ruspante e provincialotto. Quando si completavano gli album Panini, si conoscevano tutti i calciatori ed individuare il bidone, sinonimo di campione straniero che col calcio c’azzeccava poco, era troppo facile.

Fracchia, la belva umana

Non è proprio fortunato il povero gometra Giandomenico Fracchia. La sera in cui, dopo aver vinto la timidezza, riesce a portare al cinema e a cena la signorina Corvino, segretaria del direttore, che ama in silenzio da sempre, ecco che viene arrestato prima dalla polizia (con un Lino Banfi super nei panni del Commissario Auricchio, che maltratta il povero agente De Simone) poi dalla DIGOS, infine dai Carabinieri il motivo è la sua perfetta somiglianza con un famigerato bandito detto “la belva umana”. Per evitare altri inconvenienti, gli viene assegnato un lasciapassare, ma, appena torna a casa, Fracchia trova ad attenderlo proprio la “belva umana” in persona. Questi lo minaccia, gli toglie il lasciapassare e circola liberamente, facendo a turno con l’atterrito e balbettante geometra. Da qui si dipanano gli inevitabili equivoci, che vedono la belva partecipare alla vita di ufficio di Fracchia, e quest’ultimo guidare l’assalto ad una banca. Finché, al momento di andare a far visita in clinica alla petulante madre della “belva”, i due si trovano coinvolti nello stesso agguato delle forze dell’ordine, e dopo rincorse e spari vengono uccisi, uno dalla polizia e l’altro dai carabinieri. Si ritrovano insieme in cielo, dove al cospetto di Dio vengono giudicati e, suprema beffa, per il malvagio criminale (che ha ancora in tasca il lasciapassare) c’è il paradiso, per l’eterna vittima Fracchia (scambiato per la “bestia”) c’è l’inferno.

Al bar dello sport

Grazie al suggerimento del garzone muto del Bar dello Sport, Lino, emigrante pugliese a Torino elettrotecnico delle vongole veraci e appassionato di Totocalcio, azzecca uno strepitoso “tredici” da un miliardo e trecento milioni: quando Lino scopre di aver fatto 13 festeggia omaggiando le esultanze di calciatori come Falcao, Platini e Juary, e immagina una vita come il suo idolo, l’avvocato Agnelli. Per nascondere la vincita a parenti, amici del bar, boss mafiosi e creditori di vario genere, i due nuovi compari decidono di scappare in Francia. Durante il viaggio, una tragicomica notte al Casinò di Sanremo rischia però di lasciarli nuovamente senza il becco di un quattrino. Per fortuna, un nuovo intervento della dea bendata darà modo al muto garzone di rivincere, con i pochi spiccioli rimasti, il doppio della somma. La colonna sonora del film è “L’italiano” di Toto Cutugno, brano classificatosi secondo a Sanremo

Vieni avanti cretino

Uscito di prigione grazie ad un’amnistia, l’imbranatissimo Pasquale Baudaffi (Lino Banfi), aiutato dal cugino Gaetano (Franco Bracardi), si mette alla ricerca di un lavoro onesto. Guardacaccia, cameriere, garagista o perito elettronico, il povero Pasquale li prova davvero tutti ma ogni volta riesce a combinare solo autentici disastri. Per fortuna che tra un licenziamento e l’altro il nostro eroe incontrerà la donna della sua vita. Luciano Salce, autore particolarmente sensibile allo stretto rapporto esistente tra l’indole dei personaggi e la verve degli interpreti, si affida a Lino Banfi per “Vieni Avanti Cretino”. Già artefice di un altro gioiello di osservazione del linguaggio, “Fantozzi”, ossia l’occasione di un percorso comune e duraturo con Paolo Villaggio che non andò sprecata, Salce dirige Banfi con frizzante passione e il risultato è una sorta di “cartone animato di carne” affine alle sperimentazioni a cui ci aveva abituato Nando Cicero nelle sue commedie scollacciate. Il linguaggio è la novità più limpida di questa pellicola, sostenuto, oltre che da basi regionalistiche miscelate egregiamente, da una serie di caratteri fisici unici e di macchiette gagliarde. Franco Bracardi si rivela ottima spalla dell’attore pugliese, con un campionario di gesti ed espressioni capaci di suscitare risate incontrollabili (su tutte il dialogo a tre con la moglie gelosa toscana), così come Luciana Turina , qui in una delle suoi migliori prestazioni . Rispetto alle commedie erotiche interpretate da Banfi c’è spazio anche per la classica trama degli equivoci (il siparietto del dentista con il mitico Gigi Reder) ma anche per simpatiche trovate pirotecniche (la scenetta dell’istituto cibernetico) e schiettamente dialettali (l’incontro al Colosseo con il prete del paese sottotitolato in arabo).

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio

Il film è diviso in due episodi. Il primo – “Il pelo della disgrazia” – narra la storia di un uomo superstizioso a cui tutto comincia ad andare male dal momento in cui arriva un nuovo vicino di casa. Disgrazie, malintesi ed incidenti portano il nostro protagonista preferito a cercare rimedio da un mago che dietro un lauto compenso gli suggerisce che per neutralizzare il vicino “iettatore” deve estirpargli un “pelo irto e setoso”, che secondo le stesso mago, è la causa della potenza iettatrice del soggetto. Dopo altre disgrazie e in un finale turbinoso, fatto di malintesi, il protagonista riesce a scorgere questo pelo, ma nel momento in cui finalmente sta per estirparglielo, precipita dal balcone della sua casa. Protagonista del secondo episodio – “Il mago” – é un mago illusionista di “provincia”: un guitto che tra spettacoli goffi e mal riusciti, riesce in qualche modo a sbarcare un misero lunario. Vive infatti in casa della propria fidanzata e del fratello di quest’ultima, i quali riescono in qualche modo a mantenerlo. “Le grand Gaspar”, così si fa chiamare il mago, incontra, in un periodo di magra per i suoi spettacoli, una vecchia signora: la marchesa del Querceto, che afferma di essere una strega e che gli trasmette i poteri occulti. La cosa riesce e, stupendo anche se stesso, il nostro mago diventa un vero e proprio fenomeno vivente, richiesto da tutti e creandosi una popolarità notevole. Il suo impresario gli offre di sfidare il grande Silvan, inorgoglito dai suoi successi, accetta, ma scopre di aver perduto i propri poteri in seguito alla morte della vecchia strega. In un finale triste, “Le grand Gaspar” torna ad essere il guitto di provincia che era in realtà.

I pompieri 1 e 2

Lino Banfi interpreta Nicola Ruoppolo, senza soluzione di continuità (cambia famiglia, prima è sposato a Moana Pozzi, poi ha un cumulo di figli).  Nel primo film, nel Corpo dei Vigili del fuoco di Roma si è costituita la Squadra n. 17. Sono giovani che prestano la propria opera in sostituzione del servizio di leva, o uomini più attempati, richiamati per addestramento. Sono in cinque, oltre il comandante, e gli equivoci e gli incidenti non mancano mai in sede di esercitazioni, più o meno riuscite. Uno dei giovani è anche padre di un bimbetto di due anni, di cui si occupa l’assistente sociale del Corpo. Il più anziano del gruppo, già in servizio vent’anni prima, ne ha combinata una di troppo e viene dimesso (trovando poi lavoro come cameriere in un albergo). Un giorno, scoppia là un incendio, egli chiama subito i suoi amici, la Squadra 17 piomba sul posto e coraggiosamente pone in salvo vecchi e bambini, sotto l’obiettivo di una TV privata che, da tempo con loro, non aveva potuto registrare che goffaggini e fallimenti. Tutti saranno decorati, tranne uno (che, anzi, viene subito invitato a lasciare il Corpo): troppo tardi si è accertato che egli aveva ragione allorchè, iniziando il suo servizio, aveva dichiarato di non averlo mai fatto in passato. Ma i suoi compagni lo rivogliono con loro e così una fiammante autopompa riparte con la Squadra al completo verso nuove imprese. Nel secondo film, trama grossomodo simile, ma con qualche cambio nel cast e alcune epiche scene, come quella finale della conta.

Dio li fa e poi li accoppia

Dio li fa poi li accoppia è un film del 1982 diretto da Steno con Lino Banfi, Johnny Dorelli e Marina Suma. La pellicola è uscita nelle sale italiane nel novembre 1982. Prevedibilmente è il personaggio di Lino Banfi, il salumiere gay, a fare maggiormente le spese dell’esigenza di leggerezza, anche se le insistenze dello stesso Banfi per conferirgli una dimensione profonda e auto-riflessiva gli impediscono di diventare la solita macchietta scervellata.

Il commissario Lo Gatto

Lo Gatto o Lo Martufello? Il dubbio storico: tutti chiamano cosí il commissario…tranne Banfi che chiama nel secondo modo il personaggio. Misteri del doppiaggio. Il commissario Lo Gatto è una belva di impreparazione poliziesca. Ne combina di tutti i colori , nascondendosi dietro una pacchiana eleganza nei panni dell’Oronzo Canà degli ispettori. Tuttavia è ferreo e ligio al dovere e questa sua solerzia verrà accompagnata dalla fortuna. Il nostro poliziotto è Commissario (sui generis) a Roma e dopo aver chiesto l’alibi al Papa, durante un’indagine per omicidio in Vaticano, viene spedito a Favignana per punizione. Riuscirà a non annoiarsi e a farsi notare, abbozzando una sorta di indagina attorno alla presunta scomparsa di una strana turista. Ruolo cucito addosso alla comicità di Banfi che sfoga così tutto il suo repertorio tra il farsesco, il grottesco, il cabarettistico e il trash. strepitosi, tra l’altro, i suoi duetti con Micheli, il giornalista zoppo!

Da menzionare senza dubbio L’insegnante viene a casa, La ripetente fa l’occhietto al preside, L’insegnante va in collegio, Quo Vado, Il Brigadiere Pasquale Zagaria e altri ancora. Viva Lino Banfi!

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